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“1992” ovvero non è cambiato nulla

Non so quanti, nel biellese, hanno visto la fiction Tv di Sky finita qualche settimana fa, “1992”. La miniserie con Stefano Accorsi ripercorreva l’anno che ha archiviato la cosiddetta “Prima Repubblica” e aperto le porte alla resistibile ascesa del Cavaliere Silvio Berlusconi.

Non so quanti, nel biellese, hanno visto la fiction Tv di Sky finita qualche settimana fa, “1992”. La miniserie con Stefano Accorsi ripercorreva l’anno che ha archiviato la cosiddetta “Prima Repubblica” e aperto le porte alla resistibile ascesa del Cavaliere Silvio Berlusconi.

Non so quanti, nel biellese, hanno visto la fiction Tv di Sky finita qualche settimana fa, “1992”. La miniserie con Stefano Accorsi ripercorreva l’anno che ha archiviato la cosiddetta “Prima Repubblica” e aperto le porte alla resistibile ascesa del Cavaliere Silvio Berlusconi. Nella produzione Sky vi sono riferimenti a persone e fatti noti (l’arresto di Chiesa, gli interrogatori a Craxi e ai democristiani, il pool di Mani Pulite…) e parti romanzate, anche se con evidenti riferimenti storici. Tra questi vi è un potentissimo industriale dell’industria chimica e farmaceutica, tal Mainaghi, amico di Craxi e dei socialisti, personaggio dai traffici illeciti e dalla mazzetta facile. Mainaghi, che ha una borghesissima famiglia con annessi figli scapestrati, ha anche una giovane e bellissima amante alla quale promette e fa ottenere parti e comparsate in TV, ovviamente con l’aiuto dei suoi amici politici. L’amante passerà poi a frequentare un deputato della Lega Nord e anche in questo caso riuscirà ad ottenere contratti e presenze televisive.

Dal 1992 poco o nulla è cambiato: le tangenti hanno continuato a circolare nel Belpaese, i favori a figli, amanti, amici e sodali sono la regola e l’impunità per i potenti è divenuta, in taluni casi, addirittura legge dello Stato.

Quanti sono i politici o gli imprenditori condannati? Pochi, troppo pochi, per l’entità reale della corruzione in questo paese. Molte volte, poi, la giustizia si è dovuta arrendere alle prove mancanti, alla bravura degli avvocati di parte, ma anche alla propria sete “giustizialista” che, in mancanza di prove verso i pesci grossi e i reati gravi, ha ripiegato su quelli piccoli magari per reati minori.

Anche qui, anche nel biellese, abbiamo assistito a piccoli e grandi scandali, a nipoti fatti assumere in società pubbliche dal potente di turno, a terreni o fabbricati per aziende partecipate scelti con particolari coincidenze, a consulenze (sempre pubbliche) date ai soliti noti, a fallimenti di enti e fondazioni senza che vi sia un solo responsabile o a società fondate tenendo all’oscuro tutti noi ma garantendo, a chi l’ha fatto, rendite sicure e complicità più o meno palesi. E potremmo continuare, se la memoria non facesse difetto o le cronache avessero potuto o saputo tutto e fino in fondo. Esiste, per chi fa politica, un confine sottile tra l’opportunità delle scelte che si compiono e la liceità delle stesse. Tra quello che è penalmente rilevante e passibile di condanna e quello che, anche se non lo è, interessa l’etica e la morale e, in ultima istanza, la considerazione che si ha del proprio ruolo, del modo nel quale lo si esercita e soprattutto della responsabilità di agire nell’interesse della collettività.

I politici passano, cambiano maggioranze ed equilibri di potere, ma alla fine la sostanza rimane, purtroppo, quasi sempre la stessa.

Roberto Pietrobon

www.alasinistra.org

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