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Rischiano l’espulsione, Pettinengo si mobilita in difesa dei profughi

Mentre un po' in tutta Italia si discuteva sui profughi, a Pettinengo, in silenzio, si lavorava per accoglierli davvero. Ora, dopo quasi un anno e mezzo, sedici di questi ragazzi rischiano l'espulsione e il paese - per la prima volta - ha "alzato la voce". Non per esultare, ma per dire no, per impedire che vengano rimandati nel loro Paese, dove li attende l'incubo della guerra.

Mentre un po’ in tutta Italia si discuteva sui profughi, a Pettinengo, in silenzio, si lavorava per accoglierli davvero. Ora, dopo quasi un anno e mezzo, sedici di questi ragazzi rischiano l’espulsione e il paese – per la prima volta – ha “alzato la voce”. Non per esultare, ma per dire no, per impedire che vengano rimandati nel loro Paese, dove li attende l’incubo della guerra.

Mentre un po’ in tutta Italia si discuteva sui profughi, a Pettinengo, in silenzio, si lavorava per accoglierli davvero. Ora, dopo quasi un anno e mezzo, sedici di questi ragazzi rischiano l’espulsione e il paese – per la prima volta – ha “alzato la voce”. Non per esultare, ma per dire no, per impedire che vengano rimandati “a casa loro”, dove li attende l’incubo della guerra.

Quando la commissione ha negato a buona parte del gruppo il permesso di soggiorno per asilo politico, l’amministrazione comunale si è infatti attivata per capire cosa si potesse fare. La questione è addirittura arrivata sul tavolo del ministro Alfano attraverso un’interrogazione parlamentare presentata dalla senatrice Favero. E venerdì alle 14, nella Casa dei popoli di via Novara, farà tappa a Biella il vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli, per partecipare a un incontro appositamente organizzato.

Con una concretezza tutta biellese, il sindaco Ermanno Masserano non vuole farne una questione ideologica, non vuole trasformarsi nell’eroe di qualcuno o nello zimbello di altri. Per lui si tratta semplicemente di buon senso: «Abbiamo ospitato questi ragazzi (i primi arrivati sul territorio e aiutati da Pacefuturo Onlus, ndr) per un anno e tre mesi. Di punto in bianco diventano clandestini? A noi la cosa non torna. Anche perché provengono dallo stesso Paese, il Mali, eppure a qualcuno è stato concesso il permesso di soggiorno politico, ad altri no. Perché? E perché le commissioni ci mettono tutto questo tempo per esprimersi? Forse perché sono troppo poche? Vorremmo solo capire queste semplici cose».

Proprio il lungo periodo trascorso nel Biellese è uno degli aspetti fondamentali della vicenda: «Dopo quasi un anno e mezzo – spiega ancora Masserano -, i ragazzi si sono perfettamente integrati, hanno imparato l’italiano e si sono messi a disposizione, dando una mano con la produzione di miele, pulendo le strade, sistemando i sentieri. Io non dico che debbano rimanere a Pettinengo però, dopo tutto ciò che è stato fatto, lo Stato non può venire a dirci che è stata solo fatica sprecata, che queste persone all’improvviso diventeranno clandestine. Non ci sembra una cosa sensata».

In questi mesi anche i residenti hanno superato la diffidenza iniziale e imparato a conoscere i giovani maliani, anche se subito non è stata una passeggiata: «Non è facile – chiarisce il sindaco -, all’inizio venivano guardati con sospetto, poi abbiamo assistito a una graduale integrazione. Nei piccoli comuni l’accoglienza è più semplice, anche perché questi ragazzi hanno tutto da guadagnare a comportarsi al meglio. E’ gente che scappa dalla guerra, non cerca problemi, ma una vita normale. Per questo è facile che si adegui e si integri bene».

Tanto bene da convincere parecchi abitanti di Pettinengo, non solo il sindaco, a schierarsi contro l’espulsione: «Ovviamente non tutti la pensano allo stesso modo, ma tanti ritengono che non sia giusto. Si sono abituati a sorridere osservandoli arrancare in bicicletta sulle nostre salite, adesso non sono certo felici nel vederli piangere perché qualcuno vuole mandarli a rischiare nuovamente la vita». Già, perché mentre per lo Stato i profughi dopo un anno e tre mesi si sono trasformati in clandestini, per chi li ha conosciuti, in questi quindici mesi, da “clandestini” sono diventati persone.

Matteo Floris

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