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Lettera di un ergastolano contro il carcere a vita “che è un insulto alla giustizia”

Segnalazione dell'avv. Giorgio Triban

In questo periodo in cui è molto di moda parlare di carcere, mi ha molto colpito, ma proprio molto, la lettera di un ergastolano al ministro della giustizia. Desidero portare all’attenzione dei lettori alcuni passaggi della stessa, senza la pretesa di riuscire a convincere qualcuno.

“Dopo più di un quarto di secolo di carcere duro, da 20 mesi sono sottoposto al regime di semilibertà, anche se il mio fine pena rimane, come per tutti gli ergastolani, il 31 dicembre 9.999. Trascorro le notti in carcere, mentre tutte le mattine esco per recarmi presso una struttura fondata da Don Oreste Benzi, presso la quale presto servizio volontario. La mia pena ha finalmente iniziato ad avere un senso e fa bene a me stesso e alla società. Continuo comunque a lottare contro la pena dell’ergastolo: molti miei compagni usciranno solo cadaveri dalle loro celle.

Signor Ministro, che ne pensa della pena dell’ergastolo? Non crede che pretendere di migliorare una persona per poi farla marcire dentro sia una pura cattiveria? Signor Ministro, credo che una persona in carcere dovrebbe perdere solo la libertà, non la dignità, la speranza, la salute, l’amore e, a volte, anche la vita. In carcere in Italia sembra di stare in un cimitero, con molti detenuti nelle brande sotto le coperte a guardare i soffitti, imbottiti di psicofarmaci. Il problema è che molti di noi non sono ancora morti, anche se a volte ci comportiamo come se lo fossimo. E quelli che riescono a sopravvivere, una volta fuori, saranno peggio di quando sono entrati. La società vorrebbe chiudere i criminali e buttare via le chiavi, ma bisogna rendersi conto che prima o poi alcuni di questi usciranno. E molti saranno più cattivi di quando sono entrati. E’ difficile migliorare le persone con la sofferenza e l’odio.

Signor Ministro, il carcere in Italia non è la medicina, ma è, invece, la malattia, che fa aumentare la criminalità e la recidiva e che molto spesso aiuta a formare cultura criminale e mafiosa. La galera è spesso una macelleria che non ha nessuna funzione rieducativa o deterrente, come dimostra il fatto che la maggioranza dei detenuti ritorna a delinquere in continuazione. Come si fa a tenere un uomo dentro per sempre, colpevole di aver rispettato le leggi della terra e della cultura dove è nato e cresciuto? Perché questa persona dovrebbe smettere di essere mafiosa se non ha la speranza di un futuro diverso?

Signor Ministro, mi permetto di ricordare ad alcuni politici, che fanno certe dichiarazioni per avere consensi elettorali, che il carcere, così com’è oggi in Italia, non rieduca nessuno. Fin quando ci saranno carceri pieni vuol dire che i nostri politici hanno sbagliato mestiere. La nostra Costituzione stabilisce che la condanna deve avere esclusivamente una funzione rieducativa. E la pena non deve essere certa, ma ci dev’essere la certezza del recupero, per cui in carcere un condannato dovrebbe stare né un giorno in più, né uno in meno di quanto serva. Si, è vero, molti ergastolani non sono dei santi e se stanno dentro è perché hanno commesso gravi reati. Questo lo sanno anche loro, ma non sono più gli uomini del reato di 20 o 30 anni prima. Ormai sono uomini adulti o anziani, che non hanno alcuna prospettiva reale di uscire dal carcere, se non da morti. Molti di loro sono stati condannati alla pena dell’ergastolo per reati commessi a 18/20 anni, appena maggiorenni, e per quante ne possano aver fatte, non potevano certo essere i boss della mafia che ha distrutto l’Italia. Sono stati al massimo, manovalanza a servizio della mafia. Ora sono persone che sanno di aver fatto errori, anche grossi, che stanno pagando e l’unica cosa che chiedono è una data certa del loro fine pena.

Signor Ministro, la pena dell’ergastolo è un insulto alla ragione, al diritto, alla giustizia e penso, anche a Dio. Penso che sia davvero difficile cambiare quando sei murato vivo in una cella e non puoi più toccare le persone che ami, neppure in quell’unica ora al mese di colloquio che ti spetta.

Signor Ministro, io posso dire che per me è molto più “doloroso” e rieducativo adesso fare il volontario fuori che non gli anni passati murato vivo in isolamento totale durante il regime di tortura del 41 bis. Trattato in quel modo dalla istituzioni, mi sentivo innocente del male fatto; ora, invece, che sono trattato con umanità, mi sento più colpevole delle scelte sbagliate che ho fatto nella mia vita.

Penso che il regime di tortura del 41 bis, insieme alle pene che non finiscono mai, non diano risposte costruttive, né tanto meno rieducative. Non si può educare una persona tenendola all’infermo per decenni. Lasciandola in quella situazione la si distrugge e, dopo un simile trattamento, anche il peggiore assassino si sentirà “innocente”.

Signor Ministro, non voglio convincerla, desidero solo farle venire qualche dubbio. Non posso fare altro”.

Ecco, anch’io non voglio convincere nessuno, ma questa lettera può aiutare ad una seria riflessione sul pianeta carcere.

Giorgio Triban

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