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Un biellese sul K2

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Il prossimo 31 luglio ricorrerà il sessantesimo anniversario della conquista italiana del K2, la seconda montagna più alta al mondo. Tra i protagonisti di quella memorabile impresa alpinistica ci fu anche uno scalatore biellese, Ugo Angelino, capace di dare «ai venti delle più alte quote del globo terracqueo il piccolo fazzoletto di seta recante l’orso simbolo della nostra città».

Il prossimo 31 luglio ricorrerà il sessantesimo anniversario della conquista italiana del K2, la seconda montagna più alta al mondo. Tra i protagonisti di quella memorabile impresa alpinistica ci fu anche uno scalatore biellese, Ugo Angelino, capace di dare «ai venti delle più alte quote del globo terracqueo il piccolo fazzoletto di seta recante l’orso simbolo della nostra città» (Felice Magliola, “Ugo Angelino, artefice fra i primi della vittoria sul K2”, in Rivista Biellese, n. 4, 1954).

Nato a Coggiola il 29 giugno 1923, Ugo Angelino trascorse gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza nel piccolo centro della Valsessera, coltivando «nel proprio intimo quel sentimento di reverente, appassionato attaccamento alla montagna» che un giorno lo avrebbe portato sul “tetto del mondo”. Rimasto orfano del padre, all’inizio degli anni Quaranta si trasferì con la madre e il fratello Clelio a Biella; l’iscrizione alla locale sezione del Club Alpino risale al 1942: «[…] Il C.A.I. di Biella – ricordò “Eco di Biella” (21.12.1953) – aveva organizzato per i suoi soci e per i simpatizzanti un corso di roccia in collaborazione con la scuola alpinismo di Aosta. Tra le reclute si era presentato anche Angelino, sconosciuto, o quasi, nell’ambiente. Da quel giorno il giovane incominciò i suoi allenamenti, la passione crebbe sempre di più e dopo qualche tempo istruttori ed amici si accorsero che in Ugo Angelino c’era effettivamente della “stoffa”». Dopo le montagne biellesi, il giovane scalatore affrontò con impegno e determinazione «buona parte delle più difficili vie sui grandi massicci alpini. Dal gruppo del Bianco […] alle cime del Vallese […] alle Dolomiti» (F. Magliola, “Ugo Angelino, artefice…”), passando anche per il Cervino e il Monte Rosa; divenne così vice presidente della sezione biellese del C.A.I., istruttore nazionale di alpinismo e infine socio del Club Alpino Accademico Italiano.

La notizia che il governo pakistano aveva concesso all’Italia il permesso di effettuare nell’anno 1954 una spedizione, scientifica e alpinistica, sul gruppo del Karakorum raggiunse Ugo Angelino durante una riunione del Consiglio Centrale del C.A.I. a Oropa: «Quel giorno – rammentò in seguito – la mia mente vagò fra le montagne dell’Himalaya. Per un ridotto numero di uomini stava per realizzarsi il sogno, il desiderio, che ogni alpinista tacitamente nutre: Himalaya» (Ugo Angelino, “Italiani al K2”, in C.A.I., annuario 1954). Il suo curriculum non poteva passare inosservato e infatti nel dicembre del 1953 fu invitato a presentarsi al professor Ardito Desio, organizzatore e coordinatore della spedizione: «Senza farmi illusioni e senza nutrire eccessive speranze mi recai a Milano. Si parlò naturalmente del K2, per la verità io mi limitai ad ascoltare, non senza entusiasmarmi. Desio fu con me molto gentile e mi dimostrò la sua fiducia nell’invitarmi a collaborare all’organizzazione di cui fino a quel momento nulla, o poco, era stato fatto» (U. Angelino, “Italiani al K2”). L’incarico ricevuto non garantiva la sicura partecipazione alla spedizione; tuttavia Angelino profuse tutte le sue energie per adempierlo nel migliore dei modi. Abbandonata temporaneamente l’attività commerciale che gestiva con il fratello, si trasferì nel capoluogo lombardo (all’Istituto di Geologia, “quartier generale” di Desio), per occuparsi dell’allestimento del campo sperimentale a Plateu Rosà, presso il quale si sarebbero sottoposti ad addestramento gli alpinisti e le guide (tra i quali lui stesso era compreso) che ambivano a far parte della spedizione; richiamato in seguito a Milano, si occupò della compilazione delle liste del materiale occorrente per il soggiorno in Pakistan, prestando particolare attenzione all’equipaggiamento individuale.

Dopo approfondite visite mediche e fisiologiche e rigidi test sulla resistenza nei campi allestiti in montagna, Desio individuò nella rosa dei candidati gli undici alpinisti che avrebbero tentato la conquista del K2: oltre ad Angelino, Erich Abram, Walter Bonatti, Achille Compagnoni, Cirillo Floreanini, Pino Gallotti, Lino Lacedelli, Mario Puchoz, Ubaldo Rey, Gino Soldà e Sergio Viotto. Ad essi si aggiunsero il medico Guido Pagani e il cineasta Mario Fantin. Il gruppo sarebbe partito scaglionato tra la fine di marzo e la metà di aprile.

Il 22 marzo 1954 ebbe luogo la “cena d’addio” organizzata presso il ristorante Ferrino dalla sezione biellese del C.A.I. per il commiato dal vice presidente in partenza per il Pakistan. A porgere i propri saluti al futuro conquistatore del K2 furono il sindaco di Biella Blotto Baldo, il presidente della provincia Aimone, Guido Alberto Rivetti, accademico del C.A.I., insieme a un centinaio circa di soci, mentre il presidente, Roberto Buffa, gli consegnò «un dono simbolico (un portafoglio con una medaglietta d’oro recante l’effigie della Madonna d’Oropa e con la fotografia della mamma dell’alpinista) ed un piccolo gagliardetto con lo stemma di Biella e del Cai, che garrirà sulla vetta del “K2” se l’impresa riuscirà» (“Eco di Biella”, 25.03.1954). Particolare apprezzamento riscosse l’enorme replica della seconda cima del mondo, «così mastodontica – precisò “il Biellese” (26.03.1954) – che ce n’è stato per tutti», realizzata con panna e confettura in onore dello scalatore originario di Coggiola; la serata, allietata dai canti alpini del coro “La Genzianella”, si concluse con la proiezione dei due documentari dedicati ai campi di acclimatamento di Plateau Rosà e del Colle del Lys.

Angelino partì in aereo il 13 aprile, insieme ad Ardito Desio; il resto del gruppo lasciò l’Italia sei giorni dopo. Dopo una lunga marcia di avvicinamento, la spedizione giunse in vista del K2 alla fine di maggio e approntò il campo base sul ghiacciaio Godwin Austen. Trascorsi altri venti giorni, durante i quali furono sistemati e attrezzati quattro campi lungo lo sperone sudorientale del massiccio rilievo, “la montagna che uccide” pretese il suo tributo di sangue: Mario Puchoz, esperta guida valdostana, fu colpito da broncopolmonite (si ipotizza potesse trattarsi di edema polmonare acuto) e malgrado i tentativi di cura praticati dal dottor Pagani, spirò nelle prime ore del 21 giugno. Gli alpinisti italiani non si lasciarono abbattere e con tenacia e ostinazione riuscirono a portare l’attacco alla vetta, raggiunta nel tardo pomeriggio del 31 luglio.

La notizia che il K2 era stato domato si diffuse rapidamente in tutto il mondo. La madre di Angelino la attendeva con trepidazione, dopo le lunghe settimane trascorse in uno stato d’animo di speranza mista ad ansia e timore, bramando di sentire alla radio qualche notizia riguardante il figlio impegnato sull’aspra montagna; enorme fu quindi il sollievo nell’apprendere il buon esito dell’impresa: «Adesso posso respirare con maggiore tranquillità – dichiarò a “Eco di Biella” (05.08.1954) – Potrò essere del tutto serena quando Ugo tornerà a Biella. Quando potrò abbracciarlo, quando me lo sentirò sul petto, solo allora potrò sentirmi del tutto felice».

I giornali locali dedicarono ampio spazio al successo italiano e alla figura di Ugo Angelino, il quale aveva saputo innalzare alla massima gloria la tradizione alpinistica biellese (ricordiamo che tra i fondatori del Club Alpino Italiano nel 1863 ci fu il biellese Quintino Sella; che la nascita della sezione di Biella del C.A.I. risaliva al 1872; che un altro Sella, Vittorio, aveva preso parte alla spedizione organizzata sul Karakorum nel 1909 dal Duca degli Abruzzi, documentandone le varie tappe con magnifiche immagini fotografiche).

L’accoglienza riservata da Biella a Ugo Angelino non poteva che essere trionfale. La sera di mercoledì 22 settembre 1954 una folla entusiasta e plaudente si radunò in corso Matteotti in attesa dell’arrivo dello scalatore di Coggiola, che stava giungendo a Biella da Genova; di fronte a tanto entusiasmo, Angelino scese dall’automobile e si prodigò a salutare, stringere mani, rispondere alle numerose domande che gli erano da più parti rivolte. Esausto ma felice, si ritirò poi nella sua abitazione di via Galileo per condividere emozioni e ricordi con la madre e il fratello.

I festeggiamenti ufficiali ebbero luogo sabato 2 ottobre. Insieme a sette membri della spedizione (Lacedelli, Bonatti, Viotto, Soldà, Rey, Gallotti e Fantin) Angelino si recò nella sede del C.A.I., percorrendo a fatica una via Italia invasa da numerosi spettatori ansiosi di conoscere da vicino i conquistatori del K2; dopo un breve ricevimento, gli otto alpinisti si spostarono a Palazzo Oropa per ricevere il saluto del sindaco Blotto Baldo e delle altre autorità convenute. Il primo cittadino di Biella espresse a nome della cittadinanza soddisfazione per l’impresa compiuta, commemorò la figura tragicamente scomparsa di Mario Puchoz e sottolineò come Biella, «che ha dato i natali ad alpinisti tenaci e temerari quali Quintino Sella, fondatore di C.A.I., Vittorio Sella, Erminio Botta e Mario Piacenza», fosse la città che dopo Milano aveva contribuito maggiormente al sostegno finanziario della spedizione; in conclusione del suo discorso, il sindaco elevò una preghiera di ringraziamento alla Madonna di Oropa.

Angelino e i suoi compagni, dopo aver rivolto cenni di saluto alla folla radunata sotto il balcone di Palazzo Oropa, raggiunsero l’Albergo dell’Angelo dov’era in programma il pranzo d’onore a cui presero parte circa centotrenta invitati; brindisi e applausi punteggiarono il banchetto, durante il quale furono letti anche i messaggi di adesione (tra cui quello dell’on. Giuseppe Pella, assente per impegni politici all’estero).  Il giorno dopo, domenica 3 ottobre, i reduci del K2 salirono ad Oropa per assistere alla Messa celebrata dal rettore can. Luigi Maffeo, il quale invitò i presenti «ad unirsi nella preghiera di ringraziamento alla Madonna Bruna e di suffragio per l’anima di Puchoz» (“il Biellese”, 07.10.1954); suggestiva fu poi la visita nel cimitero monumentale alle tombe di Quintino e Vittorio Sella, omaggiate di due corone di alloro. La giornata si concluse all’Istituto di fotografia alpina sito nella villa dei Sella sulla collina di San Gerolamo, dove Erminio Botta illustrò le fotografie realizzate da Vittorio Sella durante la spedizione del 1909: «[mentre] forniva le indicazioni […] i suoi occhi si velavano di tristezza. Aleggiavano, in quel momento, gli spiriti di Vittorio Sella e di Mario Puchoz».

rolando.magliola@gmail.com

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