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In un tweet la storia di migliaia di giovani perennemente precari

Alasinistra di Roberto Pietrobon

Si chiama Simone, ha 32 anni e fa il bancario con un contratto a tempo determinato. Anzi, potrebbe rischiare di doversi cercare un lavoro da settembre. Questo almeno è quanto scrive un giovane biellese in un tweet diretto al Vice Premier Luigi Di Maio. Il “cinguettio” ha fatto il giro del web suscitando ridde di commenti e anche l’imbarazzo dello stesso Simone per il clamore suscitato.

Il giovane bancario biellese, che vive e lavora a Torino, però ha semplicemente raccontato quello che la sua responsabile gli ha comunicato dopo l’approvazione del cosiddetto “decreto dignità”: “mi spiace non potremo trasformare il tuo contratto da determinato a indeterminato”.

Non vogliamo, in questa sede, fare un’analisi comparativa tra questa legge e quella precedente firmata PD. Chi scrive ritiene il “jobs act” una norma che ha aumentato la precarietà, cancellato diritti e fatto inutili regali (in termini di incentivi) alle imprese. Di contro la reintroduzione dei voucher in turismo e in agricoltura e la bocciatura di qualsiasi tentativo di ripristinare l’art.18 (i licenziamenti senza giusta causa) da parte del governo gialloverde hanno ridotto, di molto, gli aspetti positivi del “decreto dignità” appena votato in Parlamento.

Non sappiamo se la “minaccia” ricevuta da Simone – e da molti nelle sue condizioni – si trasformerà in migliaia di licenziamenti. Il “decreto dignità” non solo riduce la durata dei contratti a tempo determinato da 36 a 24 mesi ma introduce le “causali” per mantenere, da parte del datore di lavoro, a termine l’assunzione.

La domanda – che il giovane biellese ha messo drammaticamente in chiaro – è un’altra: è possibile che un laureato in giurisprudenza, a 32 anni, viva ancora una condizione di precarietà così pesante? E’ possibile che la politica si accapigli su norme che riducono l’incertezza e che non riesca a trovare forme degne per dare un futuro alle migliaia di giovani che, come Simone, ambiscono solo a un lavoro stabile e duraturo, con diritti, salario e garanzie? Ci rispondono sempre con la favoletta del “dobbiamo essere competitivi”. La competitività – e soprattutto i profitti – delle imprese non possono sempre essere a scapito dei lavoratori e dei loro diritti. Perché il vero problema non è una sedicente ”invasione” dell’Italia ma l’”evasione” di centinaia di migliaia di giovani italiani, ogni anno, verso l’estero perché qui non trovano lavoro, prospettive e futuro.

Forse meriterebbe cominciare a preoccuparcene, davvero.

Roberto Pietrobon

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