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A Biella serve un sogno americano

I sogni non risolvono i problemi. Ma chi non è in grado di sognare raramente trova soluzioni alla realtà. Anche alla peggio realtà. E non è che da qualche anno in qua siamo messi poi così bene. Magari ci vorrebbe davvero un sogno. Non un sogno dal quale risvegliarsi bagnati da polluzioni notturne, con la delusione tra le mani.

I sogni non risolvono i problemi. Ma chi non è in grado di sognare raramente trova soluzioni alla realtà. Anche alla peggio realtà. E non è che da qualche anno in qua siamo messi poi così bene. Magari ci vorrebbe davvero un sogno. Non un sogno dal quale risvegliarsi bagnati da polluzioni notturne, con la delusione tra le mani.

I sogni non risolvono i problemi. Ma chi non è in grado di sognare raramente trova soluzioni alla realtà. Anche alla peggio realtà. E non è che da qualche anno in qua siamo messi poi così bene. Magari ci vorrebbe davvero un sogno. Non un sogno dal quale risvegliarsi bagnati da polluzioni notturne, con la delusione tra le mani. Ma un sogno da inseguire e, perché no, perseguire. L’impressione è che questa città non sappia più sognare, ammesso che l’abbia fatto in passato: questa crisi ha travolto una città già travolta dal suo eccesso di pragmatismo. È una città senza sogno americano, che s’accontenta per godere, in un momento in cui non c’è più nulla di cui accontentarsi. Lo stillicidio di giovani in partenza, lento e inesorabile, sta svuotando di futuro le vie e l’anima di questo posto. Non un afflato, non uno sguardo perso nel vuoto delle possibilità da immaginare.

Solo lo sguardo rivolto all’ombelico. E ci lasciamo perdere così, abbandonati all’amministrazione condominiale delle nostre vite, senza che ci sfiori l’idea di cambiare pelle. Mi trovo spesso a invocare la follia, una qualsiasi follia da incontrare per strada, che mi strappi dall’ordinario e lo faccia all’improvviso, se no che follia sarebbe. Per uscire dal silenzio di un volto senza sorrisi e di una giornata annegata nelle cose da fare, con un’agenda a cui aggiungere ogni sera il domani invece di strappare ieri. È una città che, ora più che mai, ha necessità di condottieri, di cavalieri saggi e impavidi che sappiano lottare anche contro qualche mulino a vento.

Una città che dovrebbe trovare il coraggio di chiudere con il passato – che mica vuol dire dimenticarlo – e aprirsi al futuro osando sognare. C’è bisogno di una città che esca dai suoi palazzi Oropa e lasci ai tecnici l’ordinaria amministrazione per inventare lo straordinario; di una città in cui le Unioni s’industrino anche all’immaginario e lo intraprendano; di una città in cui le Fondazioni bancarie siano attente ai contenuti con buona pace dei contenitori, spesso vuoti; di intellettuali che non storcano il naso – sotto al quale spesso si cela la puzza – a ogni tentativo d’essere nuovo e diverso, ma che hanno pensato altri e non loro. C’è bisogno di cittadini che credano possibile inventare la vita partendo dal sogno, per provare a restare e farlo con un motivo vero, che non sia l’incapacità di spostarsi da qui. Nel futuro, potrebbe esserci posto per Biella. Ma prima dobbiamo immaginarcelo.
Lele Ghisio

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